Le serie TV degli anni 2020 che stanno cambiando il piccolo schermo

Le serie TV degli anni 2020 che hanno ridefinito il piccolo schermo, tra sperimentazione narrativa, generi ibridi e nuovi linguaggi televisivi.

Luca Ferraro
Luca Ferraro
Binge-watcher seriale e maniaco della continuity: se una serie fa parlare di sé, sono già al secondo rewatch.

Creare una serie davvero sorprendente è sempre più difficile. Molte idee sembrano già essere state raccontate, rielaborate o trasformate in reboot, sequel e nuove versioni di titoli del passato. Eppure, negli anni 2020 alcune produzioni sono riuscite a distinguersi, portando in televisione linguaggi più audaci, strutture narrative insolite e temi affrontati con una libertà rara. Da The White Lotus a Scissione, passando per The Bear, Squid Game e Ted Lasso, queste serie hanno contribuito a ridefinire cosa può essere oggi la TV.

The White Lotus

The White Lotus ha trattato il piccolo schermo con l’ambizione visiva di un grande progetto cinematografico. Le location lussuose, dalle Hawaii all’Italia, fino alla Thailandia e alla Francia prevista per la quarta stagione, non sono semplici sfondi esotici: diventano parte integrante del racconto.

La serie antologica creata da Mike White mescola satira sociale, commedia nera e dramma, mostrando il disagio nascosto dietro privilegi, ricchezza e vacanze da sogno. Il suo merito è aver trasformato ambientazioni splendide in luoghi carichi di tensione, dove relazioni familiari, desiderio, potere e spiritualità si intrecciano in modo spesso scomodo.

Scene come il monologo di Sam Rockwell nella terza stagione hanno mostrato quanto la televisione possa spingersi in territori narrativi complessi, adulti e imprevedibili.

Scissione

Scissione, titolo italiano di Severance, è una delle serie più disturbanti e originali degli ultimi anni. Il suo punto di partenza è già potentissimo: separare chirurgicamente la vita lavorativa da quella privata, creando due versioni della stessa persona.

La serie usa la fantascienza per parlare di lutto, alienazione, controllo aziendale e repressione emotiva. Ogni episodio lascia domande aperte, dettagli da analizzare e un senso crescente di inquietudine. La regia, la fotografia fredda e gli ambienti quasi sterili contribuiscono a creare un’atmosfera unica.

È il tipo di storia che, in passato, avrebbe potuto funzionare come film di due ore. Sviluppata in forma seriale, però, acquista profondità e diventa un enigma lento, cerebrale e visivamente magnetico.

Euphoria

Euphoria non è stata la prima serie adolescenziale a trattare temi difficili, ma ha portato il teen drama verso un livello di intensità molto più esplicito. Sessualità, dipendenza, violenza domestica, conflitti familiari e identità personale vengono raccontati con immagini forti e spesso dolorose.

La serie ha diviso il pubblico, anche per la presenza di nudità e contenuti sessuali molto marcati. Tuttavia, il suo impatto è innegabile. Con numerose nomination agli Emmy e diverse vittorie, Euphoria ha dimostrato che una serie per e sugli adolescenti può essere visivamente ambiziosa, cruda e profondamente disturbante.

Il risultato è un racconto emotivo e sensoriale, capace di influenzare l’estetica televisiva contemporanea.

The Bear

The Bear ha ridefinito il confine tra commedia e dramma. La storia di uno chef di alta cucina che torna a Chicago per gestire il ristorante del fratello scomparso è, in apparenza, semplice. In realtà, la serie parla di trauma, famiglia, lavoro, fallimento e ricostruzione personale.

Lo stile è nervoso, ravvicinato, quasi soffocante. I dialoghi sembrano spesso rubati alla realtà, con conversazioni emotive che mettono lo spettatore in una posizione scomoda, come se stesse assistendo a qualcosa di troppo intimo.

L’episodio “Fishes” della seconda stagione resta uno dei momenti televisivi più intensi degli ultimi anni. The Bear funziona proprio perché non cerca di essere una cosa sola: cambia ritmo, tono e forma, senza chiedere permesso.

Squid Game

Quando Squid Game è arrivata su Netflix, il suo impatto è stato immediato. La premessa è brutale: persone indebitate e disperate accettano di partecipare a giochi infantili, con la promessa di vincere una somma enorme. Chi perde, muore.

La violenza estrema ha attirato l’attenzione, ma la forza della serie non sta solo nello shock. Squid Game è soprattutto un commento feroce su disuguaglianza, sfruttamento, avidità e potere del denaro. I concorrenti vengono trattati come pedine sacrificabili, osservati da un’élite che trasforma la sofferenza in intrattenimento.

È una serie che usa il thriller distopico per parlare della società contemporanea, lasciando lo spettatore con un senso di disagio difficile da ignorare.

Paradise

Paradise si distingue per la sua capacità di cambiare pelle. Parte come thriller politico, ma già dal primo episodio rivela una natura più complessa, legata anche al racconto post-apocalittico. La storia degli élite costretti a vivere in un bunker sotterraneo dopo una catastrofe naturale apre a molte direzioni narrative.

Con il proseguire della serie, il tono si sposta tra comunità diverse, tensioni sociali, sopravvivenza e tecnologia. La seconda stagione accentua l’elemento post-apocalittico, mentre il finale suggerisce una svolta ancora più marcata verso la fantascienza.

La sua forza è proprio questa fluidità: Paradise unisce generi diversi senza farli sembrare incollati tra loro.

Ted Lasso

Ted Lasso ha iniziato il suo percorso come una commedia sportiva leggera, costruita attorno a un allenatore di football americano chiamato a guidare una squadra di calcio inglese. Poi, lentamente, ha rivelato un cuore molto più profondo.

Dietro il sorriso costante di Ted, interpretato da Jason Sudeikis, si nascondono dolore, solitudine e difficoltà emotive. La serie ha affrontato con delicatezza il tema della salute mentale maschile, soprattutto nel mondo dello sport, dove fragilità e vulnerabilità vengono spesso nascoste dietro sicurezza e competizione.

Il suo successo nasce dal contrasto tra comicità e malinconia. Ted Lasso fa ridere, ma non ha paura di colpire nei punti più sensibili.

Kevin Can F**k Himself

Kevin Can F**k Himself ha usato una struttura narrativa davvero insolita. La serie segue Allison, una donna intrappolata in un matrimonio frustrante con Kevin, marito immaturo e insensibile. Il tratto più originale sta nel modo in cui il racconto cambia forma.

Quando Kevin domina la scena, tutto assume l’aspetto di una sitcom tradizionale, con luci accese e risate registrate. Quando invece il punto di vista passa ad Allison, il tono diventa cupo, realistico e minaccioso.

Questa alternanza rende visibile la frattura tra l’apparenza comica della vita domestica e il disagio profondo della protagonista. È una scelta stilistica forte, capace di trasformare la forma stessa della serie in parte del suo messaggio.

Jury Duty

Jury Duty ha portato il formato della candid camera a un livello molto più elaborato. Nella prima stagione, Ronald Gladden crede di partecipare a un documentario sulla selezione di una giuria. In realtà, tutto intorno a lui è costruito: processo, giudice, giurati e situazioni sono parte di una messinscena.

Il risultato avrebbe potuto essere crudele o semplicemente grottesco. Invece, grazie alla spontaneità e alla gentilezza di Gladden, la serie diventa sorprendentemente tenera. Il suo rapporto con gli altri finti giurati, compresa una versione esagerata di James Marsden, trasforma l’esperimento in qualcosa di più umano.

Con Jury Duty Presents: Company Retreat, il format è tornato con un nuovo inganno e un’altra situazione costruita attorno a una persona ignara, confermando la forza di un’idea rischiosa ma molto efficace.

The Pitt

The Pitt non reinventa completamente il medical drama, ma lo riporta a una forma più essenziale e realistica. La serie utilizza un formato in tempo reale, con ogni episodio che racconta un’ora effettiva di un turno ospedaliero.

L’attenzione resta sul personale medico, sui pazienti e sulla pressione continua del pronto soccorso. Non ci sono eccessi melodrammatici gratuiti, né trame sentimentali usate come motore principale. Il cuore della serie è il lavoro sanitario nella sua dimensione più fisica, mentale ed emotiva.

Proprio questa sobrietà rende The Pitt così efficace. Mostra il peso della professione medica senza abbellirlo, concentrandosi sulla fatica, sul trauma e sulla responsabilità quotidiana di chi lavora in ospedale.

Queste serie dimostrano che la televisione degli anni 2020 non vive soltanto di nostalgia o marchi già noti. Anche in un panorama affollato di reboot e continuazioni, il piccolo schermo continua a trovare modi nuovi per sorprendere, disturbare, emozionare e far discutere. La vera rivoluzione, oggi, non sta solo nelle idee originali, ma nel coraggio di raccontarle con forme diverse.

Le serie TV degli anni 2020 che stanno cambiando il piccolo schermo
Kinguin

Unisciti a noi!

Entra nel nostro gruppo Telegram per discutere di questa notizia!

Leggi anche

Potrebbe interessarti