Da quando Star Wars ha adottato la serialità come principale espressione della saga -in attesa del suo ritorno al cinema- non si può certo dire che il successo sia tardato ad arrivare. L’esplosivo lancio di The Mandalorian ha fatto contenti un po’ tutti con una storia e dei personaggi sin da subito iconici.
Se vi chiedete del perché di questa apertura così incongruente con un titolo decisamente critico, è perché reputo necessario separare un obiettivo raggiunto su larga scala con l’incontro, sempre più raro, delle scelte di Disney e Lucasfilm con i miei personali gusti o affinità o interpretazioni di Star Wars. Non credo che il mio palato sia particolarmente raffinato nei confronti della creazione di George Lucas, eppure ciò di cui sto facendo esperienza negli ultimi anni (per la precisione, dall’insalvabile capitolo conclusivo della saga degli Skywalker) ha fatto sì che, in modo ossessivamente più frequente, mi chiedessi se, forse, non fossi io il problema: cioè se che crescendo e maturando dapprima come persona, la carica magnetica che accompagnava la galassia lontana lontana non si fosse allentata specificatamente verso di me. Questa presunta incapacità di non legare più con la saga si scontrava però con alcuni, sfuggenti, esempi di vita creativa come Star Wars Visions, un’opera che ho reputato assolutamente brillante sotto tanti punti di vista.
E mai, comunque, il mio approccio era pregiudizievole verso un qualsiasi prodotto. Così ho anche vissuto The Book of Boba Fett, la cui ultima puntata si è rivelata sorprendentemente quella di una settimana fa perché, evidentemente, The Mandalorian doveva prenderne il posto. Ecco, è in questi casi che penso, al di là del mio modo di vivere Star Wars, che forse qualcosa effettivamente stia andando storto.

La superficialità con cui Lucasfilm si prende la libertà di usare uno degli episodi dello spin-off con Temuera Morrison per riprendere la storia che appartiene ad un’altra serie, è un tipo di sfacciataggine e disordine organizzativo talmente palese che rimango, come ogni volta, stupito dall’atteggiamento con cui i fan, consumatori e utenti, ne considerino l’irrilevanza. Come se bastasse cioè semplicemente muovere i tasselli e riconsegnare Din Djarin e, a quanto pare, Grogu (che segna, ancora prima delle fine della serie, la morte effettiva di The Book of Boba Fett) per ignorare il fatto che dovremmo star guardando l’esperienza di Boba Fett come signore del crimine, e non il pilot della terza stagione del mandaloriano. Un’intromissione così assurdamente voluta che scardina le avventure del daimyo, limitandolo su quattro episodi altalenati e piuttosto inconsistenti nell’ottica del season finale.
Così come è inconsistente la visione di Lucasfilm per Disney+. La seconda stagione di The Mandalorian si concludeva con il disfacimento della coppia Mando-Grogu che, anche se non ancora promessa -ma a questo punto può succedere di tutto-, già è pronta a farsi rivedere tra poco. E con ‘tra poco’ si intende The Book of Boba Fett, considerando l’altrettanto inspiegabile conclusione del capitolo 5 – Il ritorno del mandaloriano (nomen omen di un episodio il cui sguardo è solo verso il pubblico, e non attorno a sé).
Esiste infatti una tale confusione nel modo in cui questi racconti vengono trattati, alternandosi goffamente e senza attenzione e rispetto per la propria dimensione, che la spiegazione di una gestione incapace di capire le proprie storie e i relativi personaggi è da ricercarsi ormai nell’ossessiva conquista di un apprezzamento facile, certamente di successo, ma lontano anni luce da ciò che io (eppure fatico a pensare che la mia visione sia l’eccezione) mi sarei immaginato potesse essere il nuovo Star Wars: un universo che ha già dimostrato di reggersi in piedi con poco -una storia, un volto, un’intuizione riuscita- ma che è disordinato, perso tra l’incudine e il martello della delusione e apprezzamento dei fan.
Così non si va da nessuna parte. E il continuo sacrificio di storie interessanti, come quella di The Book of Boba Fett, è l’ennesima prova di un’incapacità evidente. Di un interesse che non va al di là dei soli numeri, e di un sentimento generale di assoluto menefreghismo: perché vedere il mandaloriano con la darksaber è abbastanza per mettere da parte tutto il resto; dov’è il valore dell’opera, qui? Come si può giudicare un prodotto così monco, strozzato dalla contaminazione improvvisa di un altro personaggio, di un’altra storia che ne prende il posto? E con la sfacciataggine di mettere lì, all’inizio della puntata, il titolo riportante un altro nome. Che cosa devo criticare e che cosa sto guardando? The Mandalorian o The Book of Boba Fett?






