Perché The Acolyte è “troppo woke” e i romanzi dell’Alta Repubblica no?

Ransolm Casterfo
Ransolm Casterfo
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Questo articolo è un editoriale. Significa che contiene un’opinione, un parere o un’interpretazione personale dell’autore che può – eventualmente – essere diversa o discordante dalle opinioni del resto della redazione di Star Wars Addicted.

Per la prima volta nella mia vita scrivo un articolo senza prima informarmi doverosamente su un concetto che lo riguarda in prima istanza. E mi riferisco al significato dell’espressione “woke”: solo il pensiero che esista un termine con quello che immagino possa essere il suo significato mi infastidisce e, francamente, trovo veramente superfluo che, nel 2024, qualcuno abbia a cuore una questione del genere. Ripeto, senza informarmi, immagino che si usi questo termine quando si ritiene che un contenuto artistico comprenda un numero insufficiente di attori/personaggi di carnagione bianca o con orientamento sessuale etero, il che mi sembra, appunto, talmente superfluo rispetto ai fini artistici del contenuto stesso da non meritare ulteriore attenzione o studio da parte mia.

Quel che mi interessa capire, piuttosto, è come mai The Acolyte riceva così tante critiche mentre romanzi e fumetti dell’Alta Repubblica, che pure condividono le medesime idee e lo stesso approccio sulla libertà sentimentale o sulla necessità di dare uguale spazio a tutte le etnie, sono largamente apprezzati e hanno una nutrita schiera di fan che li segue costantemente (peraltro spendendo cifre considerevoli visti i costi della carta, e tutto il resto che vi è dietro produzioni del genere).

Perché The Acolyte è “troppo woke” e i romanzi dell’Alta Repubblica no?

La risposta, in realtà, è semplice: il pubblico dei romanzi ha un livello culturale ben maggiore rispetto a quello dei contenuti televisivi o cinematografici, il che gli consente di discriminare tra suggestioni che gli arrivano da fonti di informazione ingannevoli che puntano a manipolare il loro pensiero per conseguire obiettivi controversi. Molto spesso queste ultime utilizzano concetti propri della dimensione religiosa per spingere la gente verso un certo modo di intendere le cose a loro conveniente: concetti che possono essere, da certi punti di vista, in contrapposizione con “woke”.

Ho guardato il terzo episodio di The Acolyte non appena è arrivato su Disney+ (come faccio con tutti gli episodi della serie) per due motivi: evitare il tourbillon di spoiler e approcciare il contenuto senza alcun condizionamento dovuto ai pareri altrui. In questo modo ciò che ho provato durante la visione del terzo episodio non è assimibilabile a un qualche tipo di reazione ai giudizi degli altri: è esattamente ciò che io vivo con Star Wars, e le emozioni che produce in me questa ormai enorme opera crossmediale.

Perché The Acolyte è “troppo woke” e i romanzi dell’Alta Repubblica no?

L’episodio mi ha commosso grandemente, come pochissimi altri contenuti di Star Wars sono riusciti a fare ultimamente (forse qualche episodio di Ahsoka). Ho pianto, mi sono emozionato, ho trovato riferimenti incrociati contemporaneamente alle trilogie prequel e sequel, così come citazioni ad altri film e contenuti di Star Wars, il tutto con una scrittura incalzante, che non lascia niente al caso, dove ogni parola è ben tarata per essere una citazione. Ho trovato magnifiche le linee di dialogo delle sorelle Osha e Mae rispetto alle parole pronunciate dal piccolo Ani in Episodio I, così come tutti i riferimenti canonici al Voto di Barash e, indirettamente, alle scelte di Luke Skywalker (il mio punto di vista si trova in questo editoriale).

Allora, come è possibile che molti utenti sulla rete abbiano una visione così diametralmente opposta rispetto alla mia? Secondo loro questo episodio è scritto proprio male: non hanno colto le citazioni come le ho colte io o c’è qualcos’altro? Anticipo che ho una grossa cultura cinematografica perché guardo film fin dalla tenera età e conosco le varie tecniche di narrazione: insomma, non è possibile che mi sbagli così tanto nel giudizio. C’è qualcosa di più complesso, e che va oltre ai ragionamenti di tipo “woke” che abbiamo fatto.

Perché The Acolyte è “troppo woke” e i romanzi dell’Alta Repubblica no?

Riguarda proprio il fatto che io mi sia commosso così tanto. Star Wars ormai sta andando verso un tipo di intrattenimento molto particolare che produce negli spettatori delle emozioni estreme. Semplifico: ritornare sulla storia di un ragazzo che ha una predisposizione “buona” verso ciò che lo circonda, ma che è stato manipolato fino ad accettare una realtà che lo vede vivere il resto della propria vita all’interno di un’armatura di metallo, con le sue emozioni e la sua bontà nascoste a chiunque, è qualcosa di emozionalmente estremo. Non tanto per le vicende stesse che Anakin vive o ha vissuto, ma proprio perché tutto questo è protagonista di una rete di citazioni strutturata intorno a forme di narrazione innovative che riguardano la crossmedialità.

The Acolyte è un contenuto che parte dalla carta, come abbiamo detto, che fa un percorso molto complesso ma che ritorna ai punti di partenza di Star Wars, Anakin e Luke per l’appunto. Lo considero una forma di narrazione che supera tutto quello che abbiamo visto fino a oggi, che punta alla sperimentazione e che va all’emozione dello spettatore in una maniera più efficace e più spiazzante rispetto ad altre opere filmiche moderne.

Perché The Acolyte è “troppo woke” e i romanzi dell’Alta Repubblica no?

Non è tutto. Questo caleidoscopio di emozioni in Star Wars si inserisce in una dualità, che in canone conosciamo come dicotomia tra lato chiaro e lato oscuro, che è alla base della storia della filosofia. Star Wars punta dritto al cuore di una delle questioni di più vecchia data: non è forse vero che per sopravvivere nel nostro mondo, per non essere soverchiati e per poter giocare un ruolo veramente efficace, dobbiamo trovare ogni giorno il nostro equilibrio tra negatività e positività? In altre parole, alternare il nostro lato buono a quello cattivo, ovvero adempiere al più profondo spirito umano e rispettare fino in fondo la nostra natura da esseri viventi.

Ebbene, con la scrittura dei contenuti di Star Wars che fa prevalere ora il lato chiaro ora il lato oscuro si innesca una rete di aspettative che possono essere più o meno soddisfatte, a seconda che il soggetto “parteggi” per il lato chiaro o per il lato oscuro, il che può diventare ancora più complesso se si considera che in ciascuno di noi prevale l’uno o l’altro a seconda del momento. In altri termini, dunque, certe reazioni possono dipendere anche dalla predisposizione con cui ci accingiamo a vedere il contenuto.

Il risultato di tutto questo è che, ad eccezione di pensieri estremistici come quelli che abbiamo evidenziato all’inizio dell’editoriale, va rispettato in tutto e per tutto il giudizio di ciascuno di noi quando si è davanti a Star Wars. Nella sua crossmedialità è una forma di narrazione talmente innovativa, che mette insieme concetti così primordiali e così vicini all’emozionalità, che la visione di qualsiasi cosa sia riconducibile a Star Wars conduce ormai a uno struggimento personale fortissimo, a cui ciascuno di noi può reagire con rabbia (magari chi è più vicino al lato oscuro) o con commozione (dalla parte del lato chiaro).

Perché The Acolyte è “troppo woke” e i romanzi dell’Alta Repubblica no?

Non voglio scrivere un trattato filosofico, per cui sto cercando di semplificare il più possibile. Il ruolo della donna, però, è un altro aspetto su cui non si può sorvolare. Per come è nato nella concezione di George Lucas originale, Star Wars è prettamente maschilista. Il destino di tutto è nelle mani di un uomo, che usa armi – la spada laser – che rimandano a una concezione maschilista della vita, mentre le donne sono sullo sfondo, non provano gli stessi sentimenti degli uomini e non sono mosse dallo stesso ardore per poter rovesciare le sorti infauste che si prospettano.

Non è un caso, ovviamente, che il pubblico di Star Wars sia prevalentemente composto da maschi: per esigenze commerciali, Disney vuole ora rovesciare questo dato di fatto, ma non ci riesce. Personalmente provo a parlare di Star Wars con delle donne, ma non trovano interessanti i miei ragionamenti (a meno di rientrare in una dimensione fortemente “nerd”), mentre i maschietti sono sempre molto più affascinati. Per risolvere questa problematica, Disney e Lucasfilm (ma anche altre aziende stanno provando le stesse strategie) mettono le femmine negli stessi ruoli che una volta erano dei maschi. Pronunciano le loro frasi, compiono scelte simili (Rey è molto simile al vecchio Luke) e guidano gli altri nello stesso modo (penso anche alla Galadriel de Gli Anelli del Potere). Questo fa la felicità del pubblico originario di Star Wars (io amo personaggi come Rey, Ahsoka, Asajj Ventress), ma non interessa al pubblico femminile.

Non è la strada giusta, fa arrabbiare ancora di più chi è legato alla dimensione anti-“woke” (per quello che questa posizione possa valere) e, soprattutto, fallisce nell’obiettivo di allargare il pubblico di questi contenuti che originariamente nascono per i maschi alle femmine. Ebbene sì, da questo punto di vista qualcosa da rivedere nella scrittura c’è sicuramente.

Perché The Acolyte è “troppo woke” e i romanzi dell’Alta Repubblica no?
Kinguin

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