Star Wars è quasi interamente una questione di anticipare i concetti per poi tornare indietro, rianalizzarli e approfondirli per dare allo spettatore l’emozione legata all’apprendere come le cose si sono allineate per essere così come le conosciamo. Alcuni parlano di “retcon”, ma penso sia più opportuno omologare il tutto come una precisa strategia narrativa: se alcune cose vengono cambiate con le opere successive è proprio per concretizzare questo tipo di racconto.
La trilogia sequel, tra le altre cose, ha fatto qualcosa del genere introducendo il concetto di Diade nella Forza. È un aspetto che è diventato centrare nella narrazione di Star Wars, e che probabilmente sarà ancora più centrale con le opere future. Al punto che tantissimi altri concetti, introdotti nel passato magari da opere Legends, vengono ora rivisti alla luce delle novità che la Diade nella Forza porta nella narrazione di Star Wars. Il caso lampante lo abbiamo con The Acolyte: si tratta, per certi versi, di una riscrittura del romanzo Darth Plagueis di James Luceno (Legends) per prendere in considerazione l’esistenza della Diade nella Forza.

Così come Darth Plagueis non riesce nel Legends a mettere definitivamente a punto le sue tecniche di ritorno alla vita perché gli manca un tassello fondamentale, nella trilogia sequel i suoi studi vengono portati a compimento proprio grazie alla Diade, come suggeriscono le parole dello stesso Sidious quando si trova davanti a lui, insieme, Rey e Ben Solo.
La Diade è un fenomeno rarissimo che lega due individui sensibili alla Forza in un’unica entità condivisa: non si tratta semplicemente di un legame empatico o di una connessione telepatica, ma di una vera e propria fusione di essenze vitali che permette ai due soggetti di attingere a un potere combinato che supera la somma delle loro capacità individuali. Questo legame consente di trasferire energia vitale dall’uno all’altro, di condividere abilità e percezioni attraverso distanze illimitate, e perfino di riportare in vita chi è morto sacrificando parte della propria essenza. Per Palpatine, la scoperta della Diade tra Rey e Ben costituisce l’ultima chiave per completare gli esperimenti incompiuti di Plagueis: assorbendo l’energia della loro connessione può rigenerare completamente il suo corpo devastato e raggiungere un livello di potere mai visto prima.
In The Acolyte, ambientata circa un secolo prima della saga degli Skywalker durante l’Alta Repubblica, il concetto di Diade viene esplorato attraverso le gemelle Osha e Mae Aniseya. Le due sorelle condividono un legame nella Forza particolarmente intenso fin dalla nascita, frutto delle circostanze misteriose della loro creazione da parte della congrefa di streghe guidata da Madre Aniseya su Brendok. Questo legame permette loro di percepire le emozioni e le esperienze dell’altra anche a grande distanza, creando una connessione simbiotica che va oltre la normale sensibilità alla Forza. La serie suggerisce che la loro natura gemellare, unita alle particolari tecniche di manipolazione della Forza utilizzate dalla congrega, abbia dato origine a una forma di Diade. Il Maestro Sol e gli altri Jedi percepiscono questa connessione come qualcosa di anomalo e potenzialmente pericoloso, temendo che violi i principi naturali della Forza stessa.

Proprio questa loro diffidenza li induce a separare le due gemelle. Così facendo, però, innescano un tormento in entrambe e danno modo ai Sith di iniziare a sfruttare un potere che, nei secoli, permetterà loro di diventare sempre più potenti fino a distruggere quasi interamente l’Ordine dei Jedi. La Diade nella Forza, sfruttata dai Sith e ignorata nella sua massima potenzialità dai Jedi, si colloca quindi al centro dei futuri snodi narrativi dell’intero immaginario.
Detto questo, si può immaginare che il concetto di Diade nella Forza fosse già presente in una qualche misura anche nella trilogia originale, sebbene non esplicitamente nominato, attraverso il legame tra Luke Skywalker e Leia Organa. I due gemelli dimostrano ripetutamente di poter comunicare telepaticamente e percepire le emozioni reciproche anche attraverso le distanze dello spazio: Luke sente la chiamata disperata di Leia alla fine di L’Impero colpisce ancora, mentre lei percepisce istintivamente che suo fratello è ancora vivo dopo la battaglia sulla seconda Morte Nera in Il ritorno dello Jedi. Queste loro comunicazioni a distanza non sono così tanto dissimili da quelle tra Rey e Ben nella trilogia sequel. La loro connessione trascende il semplice legame di sangue e si manifesta come una risonanza nella Forza che permette loro di sostenersi a vicenda nei momenti critici. Sebbene il termine “Diade” non fosse ancora stato introdotto nel canone durante gli anni ’80, la natura del rapporto tra Luke e Leia presenta tutte le caratteristiche fondamentali del fenomeno: due esseri legati indissolubilmente dalla Forza, capaci di attingere alla presenza dell’altro per amplificare il proprio potere e la propria percezione. George Lucas stesso ha strutturato la saga originale attorno al tema della dualità e dell’equilibrio, rendendo Luke e Leia due facce complementari dello stesso destino.
Inoltre, anche in quel caso i Jedi hanno diviso quella che possiamo definire come “Diade primordiale” comportando esiti negativi. Loro due vengono ricongiunti, potremmo dire naturalmente, dalla Forza, quando i droidi R2-D2 e C3PO in Una nuova speranza vengono indotti a portare il messaggio di Leia al fratello gemello su Tatooine. Solamente quando avviene il ricongiungimento della Diade si creano le condizioni per l’Alleanza Ribelle per sconfiggere l’Impero, così come solo con il ricongiungimento di Rey e Ben nella trilogia sequel si può arrivare alla distruzione di Sidious e del Sith Eterno.
Tutto questo per dire che può sembrare un enorme retcon quello di ridefinire l’intera saga con la Diade nella Forza, ma che in realtà le cose sono più complesse di così. Come sempre accade in Star Wars, infatti, si usa un concetto che, sotto la superficie, c’è sempre stato, per espanderlo in maniera poetica e immaginifica.






