Calma. Gentilezza, affetti. Amore. Ho rinunciato alla pace interiore per rendere la mia mente un luogo pieno di ombre. Condivido i miei sogni con i fantasmi. Mi sveglio la mattina pensando alla scelta fatta quindici anni fa per cui c’è un’unica conclusione: sono dannato per quel che faccio. La mia rabbia, il mio ego, la mia riluttanza a sottomettermi. La mia brama di combattere, mi hanno messo su una strada da cui non c’è via di scampo. Volevo essere un salvatore contro l’ingiustizia senza considerare il costo e quando ho guardato giù non c’era più terreno sotto i miei piedi.
Qual è il mio sacrificio? Sono condannato ad usare i metodi del mio nemico per sconfiggerlo. Brucio la mia integrità per il futuro di qualcun altro. Brucio la mia vita per far sorgere un’alba che so che non vedrò mai.
E l’ego che ha iniziato questa battaglia non avrà mai uno specchio, o un pubblico, o un barlume di gratitudine.
Quindi che cosa sacrifico? Qualsiasi cosa!
Dell’immenso monologo di Luthen Rael spicca un elemento, una caratteristica tanto sottile quanto essenziale per comprendere appieno il contenuto delle sue parole: la sincerità. Al di là della teatralità shakesperiana di una figura criptica, e della grande interpretazione di Stellan Skarsgard, che genera un flusso di coscienza così potente da ammutolire la spia ribelle davanti a sé, a spiccare è l’onestà di un uomo che rivelando la sua natura costruisce un muro invalicabile, una sorta di barriera invisibile oltre al quale è impossibile procedere. Non c’è salvezza da Luthen tanto quanto non c’è salvezza dall’Impero, e nel mettere alle strette la galassia l’uomo tenta di provocarne l’agognata reazione collettiva.
Ma, dicevamo, la sincerità. Sì perché la vera identità del ribelle è spaventosa, è un luogo morto dove ha deciso di immolarsi. Ma cosa sacrifica esattamente? Lonni ha una figlia, Mon Mothma una famiglia, i membri della rapina di Aldhani delle motivazioni nobili, che spingono ad una lotta quasi romantica, legittimata nel suo essere giusta.
Luthen Rael rinuncia invece alla propria vita. Non ad una morte fisica, culmine di un sacrificio positivo, ma ad un’eterna apatia nei confronti del mondo esterno. Oltre le tattiche estremiste di Saw Gerrera, oltre le idee utopistiche di Mon Mothma, e oltre anche la collettiva unione dei cittadini di Ferrix, Luthen decide di non pensare più, decide 15 anni prima -come una reazione naturale di un sistema immunitario, il personaggio che vediamo in Andor nasce esattamente nello stesso momento dell’Impero- di smettere di considerare le conseguenze: la dannazione, l’uso dello strumento nemico come arma per abbatterlo, è la vendita della sua anima.
Detta in un’altra maniera: non vedrà mai i frutti del suo lavoro, e l’unica ricompensa sarà un posto all’inferno. Ecco quindi la codardia del personaggio e, al tempo stesso, il suo maggior punto di forza: esiste solo un fine, i ‘mezzi’ non vengono giustificati da essi né lo giustificano, brutalmente non sono variabili utili all’equazione.
Ho bisogno di tutti gli eroi possibili
Luthen non è un eroe, non considera sé stello come tale. Non è cinico, egoista, egocentrico o nichilista. E’ così consapevole e attento alla realtà delle cose, nel modo più oggettivo più possibile, che riconosce ciò che non è, e gli altri sono: eroi. Se a costruire la Ribellione sarà Luthen Rael, a darle anima e vita saranno altri.






