Come sanno i nostri lettori, apprezziamo la nuova dimensione che ha acquisito Star Wars anche e soprattutto perché la narrazione è diventata di tipo crossmediale. In altri termini, la storia di Star Wars non viene raccontata più solo al cinema, ma contribuiscono a essa anche i fumetti, i romanzi, i videogiochi e le serie TV, tutti con la stessa dignità.
Naturalmente, si tratta di media che si approcciano alla narrazione con linguaggi di comunicazione molto diversi tra di loro. Affrontano la costruzione del messaggio in maniera diversa e il climax viene gestito ogni volta secondo le proprie modalità narrative, come è giusto che sia. Ad esempio, un fumetto condenserà molti avvenimenti in pochissime pagine, a volte anche in vignette, mentre un romanzo si prenderà i suoi tempi per descrivere minuziosamente ogni situazione e ciò che avviene al suo interno. Un videogioco si concentrerà sull’esplorazione e sul coinvolgimento all’interno dell’azione.

Se questi media presentano differenze palesi, ciò che cambia a livello di linguaggi comunicativi tra Serie TV e Film è sicuramente più sfumato, principalmente perché in entrambi i casi si tratta di opere filmiche, che vengono realizzate con attori, macchine da presa, set e via discorrendo.
La televisione e il cinema, pur appartenendo a universi simili, comunicano in modi profondamente distinti, eppure oggi le linee tra queste due forme artistiche sembrano più sfumate che mai. In particolare, l’avvento delle serie TV ha portato con sé una trasformazione nelle modalità di narrazione, un fenomeno che si riflette anche nel linguaggio cinematografico impiegato per catturare l’attenzione del pubblico.
La domanda su quale sia la differenza tra un buon film e una serie TV si fa sempre più complessa, soprattutto in un’epoca in cui le serie, attraverso tecniche visive e stilistiche avanzate, sembrano sfidare le convenzioni tradizionali del piccolo schermo. Le produzioni televisive più recenti spesso si avvalgono di tecniche di regia, fotografia e montaggio che un tempo erano prerogative esclusivamente cinematografiche, dando alla TV una “patina” da film. La stessa trama, la cura dei dettagli e la caratterizzazione dei personaggi sono trattati con un livello di intensità e profondità che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile in un contesto televisivo.
Tuttavia, al di là di queste similitudini, la sostanza narrativa delle serie TV rimane fondamentalmente diversa da quella dei film. Le serie spesso si costruiscono su un lungo arco narrativo, con decine e decine di episodi che permettono uno sviluppo graduale dei personaggi. L’elemento che più si avvicina a una “soap opera” è proprio questa continua espansione del dramma interconnesso, in cui il pubblico non si limita a seguire la storia di un singolo protagonista, ma deve apprendere le storie passate di ogni singolo personaggio, analizzare le loro connessioni e partecipare a un puzzle narrativo in continua espansione. Mentre questa lunga serialità crea un forte senso di legame e attaccamento, si corre il rischio che, alla fine di ogni stagione, non ci sia una vera e propria ricompensa emotiva, ma solo un ulteriore “punto di attacco” per il dramma che verrà.

Nei film, invece, la narrazione si sviluppa attraverso un percorso decisamente più concentrato e compatto. Il pubblico è chiamato a vivere un’esperienza condensata, che culmina in un climax emotivo intenso. La struttura classica del film, con il suo inizio, sviluppo e conclusione, permette una riflessione più completa e gratificante sul messaggio che si intende trasmettere. Un western, ad esempio, non è solo una serie di scene, ma un’esplorazione di temi universali come la giustizia, la solitudine e la redenzione, che lasciano un’impronta duratura nella mente dello spettatore. Ogni scena è pensata per avere un impatto immediato e potente, con la promessa di una ricompensa emotiva che non si ripete, ma che è unica, come una sorta di “premio” per aver seguito la storia fino al suo culmine.
Eppure, le serie TV continuano a catturare il pubblico grazie alla loro capacità di offrire un dramma in continua evoluzione, che si dipana con nuovi sviluppi e sorprese. La forza di questo tipo di narrazione risiede proprio nella sua capacità di costruire mondi complessi e di mantenere il pubblico coinvolto a lungo termine. Tuttavia, spesso manca la chiusura definitiva che i film riescono a offrire in maniera più netta. Le serie, infatti, alimentano un senso di attesa per qualcosa che non arriverà mai realmente, un “continuum” che non consente mai di staccarsi del tutto dal dramma, e che lascia lo spettatore in una sorta di sospensione emotiva.
Per quanto affascinanti e coinvolgenti possano essere le serie, spesso è il cinema a lasciare un’impronta più duratura nella memoria collettiva. Un film che riesce a colpire nel segno può essere ricordato per tutta la vita, grazie alla sua capacità di condensare in poche ore una profondità narrativa e un’intensità emotiva che le serie, per quanto ben realizzate, raramente riescono a riprodurre. La bellezza di un film risiede nella sua capacità di essere un’esperienza unica, chiusa, con un inizio e una fine ben definiti. Un’esperienza che resta nella mente, come un’immagine indelebile, un ricordo di una storia che non ha bisogno di altro.
Per riassumere, quindi, anche per esigenze legate ai costi necessari a sostenere una produzione il cui “screen time” è sicuramente maggiore, le Serie TV si concentrano primariamente sui dialoghi e sull’esplorazione dei personaggi. I Film, invece, con la necessità di costruire il messaggio in 2 ore circa, si concentrano sul montaggio, o sulla gestione del climax. Le prime coinvolgono perché scandagliano a fondo i personaggi, i secondi sono più efficaci a infondere emozioni, e per questo maggiormente memorabili.
Uno degli autori cinematografici più abili nella gestione del climax è, a mio modo di vedere le cose, Quentin Tarantino. Da questo punto di vista Django Unchained è un film che fa scuola, perché ha un climax che ricalca, citandolo, il climax di C’era una volta il west, pur senza menzionare il film direttamente in altri aspetti. Solo, la crescita dell’intensità delle fasi iniziali di Django Unchained mima il climax iniziale di C’era una volta il west, con quelle che sono probabilmente le tre sequenze cinematografiche più efficacemente realizzate nella storia del cinema, che culminano con l’arrivo del personaggio interpretato da Claudia Cardinale nel villaggio nel selvaggio west.
Poi, entrambi i film fanno una sorta di marcia indietro, sono molto meno emozionali e molto meno intensi per quasi tutto il loro svolgimento, per poi esplodere nel climax finale, con due messaggi a livello semantico, ancora una volta, diversi tra di loro: qui Tarantino, infatti, vuole solo far capire cosa intende per climax.

Tornando al mondo di Star Wars, con i primi tentativi di fare serie televisive non sempre si è colto nel segno nell’ottica di esaltare le modalità di narrazione tipiche del media, come abbiamo visto prima. Anzi, l’esplorazione psicologica e la profondità nel raccontare i personaggi che, come abbiamo visto, sono prerogative del genere, è stata raggiunta pienamente dalla sola Andor. Altre delle serie di Star Wars, in realtà, compiono un ulteriore passo in avanti, perché non rispettano questa prerogativa, in quanto cercano di fondere la gestione del climax tipica dei film alla struttura televisiva.
In altri termini, sono storie singole che si sviluppano e si suddividono in episodi: penso, per esempio, a The Book of Boba Fett, ma anche Obi-Wan Kenobi e la recente Skeleton Crew. Hanno un climax simile ai film, ma distribuito su episodi. Star Wars, così per come lo ha concepito originariamente George Lucas, non è compatibile con i lunghi dialoghi, e nemmeno con l’approfondimento psicologico dei personaggi inteso a tutto tondo. È per questo che diciamo che Andor appartiene fondamentalmente a un genere diverso dal genere classico di Star Wars, che invece punta più al sodo, dove il dialogo è quasi un pretesto per colmare il vuoto tra una sequenza d’azione e l’altra.

Ma, probabilmente, se non si sperimenta con Star Wars come ha fatto Andor, in futuro potrebbe diventare sempre più difficile realizzare delle Serie TV di qualità.






