ASTENERSI SOLITARI, LA GUERRA DI LOGORAMENTO DEL VIETNAM

Matteo Greco
Matteo Greco
Sono Matteo Greco, classe 1989, nato a Genova, e ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo del gaming in tenera età con il Sega Mega Drive! Nel tempo questa passione è cresciuta fino alla decisione di aprire un canale YouTube. L’amore per il cinema e per la fantascienza è cresciuto di pari passo.
ASTENERSI SOLITARI, LA GUERRA DI LOGORAMENTO DEL VIETNAM

Ci sono giochi che ti insegnano ad accettare la sconfitta e giochi, invece, che finiscono per farti chiedere se valesse davvero la pena giocare.

Hell Let Loose appartiene, almeno sulla carta, alla prima categoria. È uno sparatutto che non vuole regalarti nulla: gli scontri possono essere caotici, avanzare richiede coordinazione, una buona posizione può fare la differenza e morire fa parte dell’esperienza. Morire, quindi, in un gioco del genere, dovrebbe far parte dell’esperienza.

Il vero problema è come si perde.

Perché quando una morte significa rientrare sempre più lontano dal fronte, attraversare per diversi minuti una mappa enorme e vuota per magari essere eliminati pochi secondi dopo essere arrivati a destinazione, il confine tra realismo, tattica e tempo perso si assottiglia.

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A complicare ulteriormente le cose ci pensano le barriere linguistiche, la necessità di affidarsi a strumenti esterni come Discord e, soprattutto, una curva di apprendimento che sembra costruita su un paradosso. Per imparare davvero a giocare servono giocatori esperti; per diventare abbastanza bravi da poter giocare con loro, però, bisogna prima imparare a giocare. Nelle lobby meno organizzate, infatti, l’esperienza rischia di ridursi a una monotona staffetta tra il punto in cui si muore e quello in cui si rientra in partita.

DENTRO IL CONFLITTO

Il gioco si presenta come uno sparatutto online strutturato in battaglie da 100 giocatori contemporaneamente, quindi 50 vs 50, che si dovranno scontrare in due modalità principali: Warfare, dove le due squadre combattono per il controllo di 5 settori, e Offensive, dove una squadra attacca e l’altra difende.

Le mappe disponibili sono 6, di grandi dimensioni, ambientate tra giungla, fiumi, villaggi e zone montuose. La morfologia della mappa diventa una componente fondamentale, soprattutto per alcune classi, in quanto la vegetazione occulta in maniera quasi perfetta le unità di fanteria, aumentando di fatto la difficoltà nell’individuare i nemici, che potrebbero essere ovunque, nella maggior parte dei casi fermi in un canneto, pronti ad impallinare il giocatore di turno che non ha gli occhi anche nella nuca.

Ma andiamo con ordine. Prima di entrare in partita dovremo scegliere la nostra classe tra le ben 17 disponibili, suddivise come di seguito:

  • Comando
  • Fanteria: capo squadra, rifleman, grenadier, engineer, medic, specialist e machine gunner
  • Ricognizione: spotter e sniper
  • Corazzati: tank commander e crewman
  • Elicotteri (esclusivi per la fazione USA): logistic officer e pilota
  • Mortai: observer, support e gunner
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Come potete immaginare, visto il numero di classi, la coordinazione e la capacità di utilizzare il ruolo scelto giocano un ruolo fondamentale durante lo svolgimento della partita.

Purtroppo ho potuto constatare che la maggior parte dei giocatori “gratta” la superficie del gioco, limitandosi ad interpretarlo come un qualunque gioco di guerra e dimenticandosi di tutte le dinamiche che questo gioco ti permette di creare.

COMPARTO TECNICO

Hell Let Loose: Vietnam è sviluppato con il motore grafico Unreal Engine 5, un salto tecnologico notevole rispetto al capitolo precedente, che utilizzava la versione precedente dello stesso motore. Per la gestione degli ambienti molto grandi e dettagliati e per quella legata al comparto multiplayer sono state usate due tecnologie legate appunto all’UE 5: LWC (Large World Coordinates) e IRIS Networking.

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Sul fronte delle performance, Hell Let Loose: Vietnam mi ha sorpreso positivamente. Giocando in 1440p con una RTX 4070 e 32 GB di RAM, non ho riscontrato cali prestazionali degni di nota, nonostante il mio Ryzen 5 non sia tra i più recenti. Considerando l’ampiezza delle mappe, la quantità di vegetazione e il numero di giocatori presenti in partita, mi aspettavo qualche difficoltà in più, soprattutto durante gli scontri a fuoco concitati. Invece, almeno nella mia esperienza, il gioco si è dimostrato piuttosto solido sotto questo aspetto.

CONCLUSIONE

Arrivati alla fine di questa esperienza, una cosa mi sento di dirla: Hell Let Loose Vietnam è un gioco fatto bene, ma non è un gioco fatto per tutti. Lo so che è una parola che va tremendamente di moda nella bocca di chi sostanzialmente non ha argomentazioni e proprio per questo ora andrò ad approfondirla.

La sua natura profondamente cooperativa rappresenta allo stesso tempo il suo più grande pregio e il suo principale limite. Quando una squadra funziona, quando i giocatori comunicano, quando ognuno svolge il proprio ruolo e le decisioni prese sul campo iniziano a tradursi in risultati concreti, il gioco riesce a regalare grandi soddisfazioni. Il problema è che queste condizioni si verificano veramente di rado, salvo avere un gruppo fisso e solido con cui condividere il gioco.

La curva di apprendimento è ripida e non riguarda soltanto la capacità di utilizzare le armi e di conoscere le mappe. Bisogna imparare a leggere il campo di battaglia, comprendere il proprio ruolo e, soprattutto, imparare a collaborare con persone che spesso non si conoscono. La comunicazione diventa quindi una meccanica di gioco a tutti gli effetti. A questo si aggiungono la barriera linguistica, la necessità frequente di utilizzare Discord e una struttura che può risultare poco accogliente per chi si avvicina senza esperienza al titolo.

Da giocatore abituato a giochi impegnativi e con oltre mille ore alle spalle su Escape From Tarkov, non mi spavento davanti alle difficoltà, anzi, spesso le cerco in un gioco. Eppure Hell Let Loose: Vietnam mi ha ricordato che esiste una differenza tra un gioco difficile da padroneggiare e un gioco che richiede di trovare il gruppo giusto con cui poterlo vivere.

Ed è proprio questo il punto.

Hell Let Loose Vietnam non cerca di conquistarti dopo una manciata di partite. Ti richiede tempo, pazienza e una certa disponibilità a metterti in gioco. Può regalarti alcune delle esperienze più appaganti che un FPS multiplayer possa offrire, ma può anche trasformarsi in una lunga serie di respawn, corse verso il fronte e morti apparentemente incomprensibili quando la squadra non riesce a comunicare o a muoversi come un’unica unità.

Per questo motivo, più che chiedermi se sia un gioco bello o brutto, credo sia necessario chiedersi a chi voglia realmente parlare Hell Let Loose Vietnam.

La risposta, almeno per me, è abbastanza chiara: a chi cerca un’esperienza bellica lenta, ragionata, punitiva e profondamente basata sulla collaborazione. A chi è disposto ad accettare che non tutte le partite saranno memorabili e che, a volte, la soddisfazione arriverà dopo parecchie ore di frustrazione.

Non è un titolo che consiglierei indistintamente a tutti. Ma se siete tra quei giocatori che cercano qualcosa di più di un semplice sparatutto multiplayer e siete disposti a comunicare, imparare e soprattutto avere pazienza, Hell Let Loose Vietnam riesce a restituire un’esperienza davvero particolare nel panorama degli FPS moderni.

E forse è proprio questa la sua forza: non cerca di rendere la guerra videoludica più semplice o immediata. Al contrario, pretende che sia il giocatore ad adattarsi al suo ritmo.

Ed è una scelta che, nel bene e nel male, gli conferisce una personalità difficile da trovare altrove.

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Kinguin

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