Ormai solo chi sia rimasto isolato da settembre non sa che gli episodi di Andor sono riusciti ad accendere gli entusiasmi (forse un po’ sopiti) del fandom di Star Wars, coinvolgendo anche i più scettici. In uno degli ultimi articoli vi avevamo parlato del perché quella appena conclusa sia una serie da ricordare a lungo. Oggi, tuttavia, vorrei fare luce sulla natura di questo contenuto, cogliendo i suoi meccanismi fondamentali e collegandoli con altre procedure analoghe avvenute nel mondo dell’intrattenimento.
Voglio parlarvi infatti della “formula Daredevil”: no, non si tratta di una espressione che esiste davvero (almeno fino ad adesso). L’ho coniata appositamente per indagare il trionfo di Andor mettendolo a confronto con un successo molto simile nelle sue dinamiche: quello di Daredevil negli anni Ottanta (numeri 158-191 della sua testata a fumetti).
1. La quiete della periferia
Nel 1982 Daredevil non era per niente il supereroe popolare di oggi. Era considerato uno Spider-man di serie B, e la sua testata aveva scarso seguito. Venne così affidato a un giovane autore esordiente, di nome Frank Miller. Dato lo scarso peso della serie, Miller aveva carta bianca: poteva divertirsi come voleva. È una situazione di partenza molto simile a quella del personaggio di Cassian Andor: si tratta infatti di un nome lontano anni luce dai blasoni di Boba Fett, Obi-Wan Kenobi e Ahsoka. È anche per questo, forse, che gli autori si sono sentiti più liberi di sperimentare. Perché diciamocelo: fallire con un personaggio di punta, a cui i fan sono molto legati (esempio, Spider-man od Obi-Wan Kenobi) non ha certo le stesse conseguenze che fallire con personaggi di nicchia (Daredevil o Andor).

2. Capire il personaggio
Una volta sgomberato il campo dalle incombenze di certe linee narrative che un personaggio famoso deve sempre soddisfare, il passo successivo è mettersi nei panni del soggetto nelle nostre mani per valutare il mondo con i suoi occhi: a partire da quel sistema di valori, si scriveranno storie coerenti con il nostro protagonista.
Per quanto riguarda Daredevil, Miller capì subito che non si trattava di un supereroe come gli altri. Matt Murdock era cieco, e mentre Peter Parker poteva comunque alzare automobili e scalare grattacieli, lui poteva al massimo capire grazie ai suoi ipersensi se Foggy Nelson fosse stato a cena dall’indiano o al cinese. Allargando l’ottica all’ambiente, Miller allontanò da Hell’s Kitchen i supercattivi strampalati, per riversare nelle sue strade buie spacciatori, rapinatori e boss della malavita. I nemici di un supereroe umano, dunque, diventavano malvagi umani. In questo modo il conflitto, oltre ad essere commisurato, risultava anche molto reale.

E per Andor? Gli autori della serie hanno saputo dipingere la trasformazione di un burbero opportunista sempre pronto a menare le mani a credente praticante della Ribellione Galattica. Per mostrare questa arco di mutazione, hanno calato il protagonista in situazioni a lui congeniali: la guerriglia di Aldhani, la prigione di Narkina 5, le rivolte su Ferrix. Ambienti in cui altri protagonisti della stessa serie, come Luthen o Mon Mothma, avrebbero stonato.
Se Andor però diventa il protagonista di un mondo crudele, il suo antagonista – l’Impero – non può non essere altrettanto crudele. Vediamo così i suoi uomini sperimentare, per esempio, metodi di tortura perversi: obbligare i prigionieri a camminare scalzi su un pavimento per renderli sempre potenzialmente esposti a scariche elettriche ad alto voltaggio, o costringerli ad ascoltare i lamenti di una razza aliena morente che dilaniano l’animo per l’altezza delle frequenze e per il colore della loro disperazione.
E, anche in questo caso, il risultato è un disperato realismo.

3. Sfruttare il medium
La rivoluzione di Miller fra le pagine di Daredevil non fu solo contenutistica, ma coinvolse anche la sperimentazione narrativa. L’autore infatti usò le tradizionali didascalie destinate alla voce fuori campo per raccontare i pensieri e le impressioni dei personaggi, ricorrendo a frasi meno sensazionaliste e un lessico più concreto. Molte scene, inoltre, si disponevano su tavole silenziose, senza che i personaggi descrivessero quello che stava accadendo.

Il merito di Andor è stato anche nella regia e nei soggetti a cui le inquadrature hanno deciso di dare spazio. Le immagini così sono diventate veicolo per raccontare parti importanti della storia, ma con un linguaggio diverso. È il caso del parallelismo fra situazioni che vivono i personaggi di Cassian, Mon Mothma e Syrill nel momento in cui si trovano imprigionati in ambienti diversi ma che sembrano comunque senza via di uscita. E non è un caso che ritorni la forma del poligono.

4. Risultati
Il Daredevil di Miller è stato un successo. Si tratta di un arco narrativo che ha contribuito non solo a rendere popolare Daredevil ma anche a ridefinire il genere stesso del fumetto (super e non). Ancora oggi è un punto di riferimento imprescindibile per autori in erba e fan del personaggio. Soprattutto, Miller ha inaugurato un modo nuovo di raccontare il supereroe: il suo Devil è un’anima inquieta, protagonista di storie dalla prosa ruvida e diretta come il mondo in cui è cresciuto.

Andor invece, malgrado non abbia avuto un successo di pubblico paragonabile a quello del Devil milleriano, ha senza dubbio aperto la porta a un nuovo modo di pensare e divulgare le Guerre Stellari. Un modo molto lontano da una serialità di plastica, dove ogni contenuto sembrava quasi un prodotto in serie di una catena di montaggio. Andor ha portato originalità ma, ciò che più conta, ha mostrato la voglia di solcare la galassia lontana lontana in cerca di storie autentiche, dal momento che non ha avuto il bisogno di ancorare le sue narrazioni a personaggi forti e amati dal pubblico. Perché se al posto di Luthen Rael avessimo avuto Ahsoka, o se ci fosse stato Tarkin al posto di Dedra Meero, non avremmo nemmeno idea di quello che ci saremmo persi.






