Di Andor si è spesso detto che è stata la serie più inosservata dal momento del suo originale annuncio, ed è vero. Tuttavia, l’interesse attorno ad un certo prodotto, soprattutto per quel che riguarda Star Wars, è molto frequentemente legato a specifici contesti narrativi o vicini ad alcuni particolari personaggi, e quasi mai tiene in considerazione i nomi dietro al progetto, il loro background e altri elementi che il più delle volte finiscono davvero per condizionare il risultato.
Senza quindi farmi passare per preveggente o indovino, diciamo che seguendo di pari passo la produzione di Andor, le anticipazioni e le parole di chi ci stava lavorando, una speranza perché questa fosse la serie della svolta c’era; speranza che dopo le cocenti delusioni -e il personalissimo e sincero imbarazzo- per The Book of Boba Fett e Obi-Wan Kenobi (per chiudere il discorso aperto, queste certamente serie più attese dai fan) si è trasformata nei mesi in ultima chance. Un’ultima possibilità di dimostrare che Star Wars potesse ancora valere qualcosa, e che il suo destino non fosse legato al rintanarsi eternamente nella nostalgia fanciullesca dei pupazzetti e dei rumori con la bocca.
Come vedremo, Tony Gilroy ha colto l’occasione non solo per mantenere accesa quella fiamma di passione, ma anche, quasi cinicamente, per affermare la più banale e fondamentale verità: che le cose devono essere fatte bene, che cioè una qualsiasi opera deve essere funzionale a sé stessa, prima che parte di un universo più vasto. Il resto, dal grande disegno canonico fino al fanservice, viene dopo, come una decorazione, un abbellimento, una reliquia posta su un piedistallo in una vecchio antiquario su Coruscant.

Dodici episodi e quattro archi narrativi. La struttura di Andor ha permesso alla serie di fornire lo spazio e il modo giusto per narrare una storia al servizio dei personaggi. Una scelta sicuramente azzeccata, in cui le puntate di ‘preparazione’ permettono alla spettatore di avere un reale interesse per quello che succede, elevando così anche le scene più esplicitamente emozionali, le quali in maniera quasi naturale rappresentano gli apici conclusivi dei rispettivi archi: mai forzati, mettono a frutto il lavoro fatto per tre puntate. Per Gilroy è stato dunque fondamentale l’inserimento di elementi a incastro che permettessero da un lato di tenere una traccia orizzontale, rappresentata da Cassian (Diego Luna), così come da Luthen (Stellan Skarsgard) e Mon Mothma (Genevieve O’Reilly), dall’altra di costruire comparti narrativi individuali, che funzionassero come tappe fondamentali del percorso di Cassian e di quello della galassia intera.
Il ruolo del protagonista, infatti, è sì importante per sé stesso, cioè per spiegare la genesi di un personaggio evolutosi da menefreghista a eroe ribelle, ma lo è anche come personificazione di uno stato della galassia che Luthen Rael vuole cambiare, smuovere, svegliare. Svuotato dell’anima, l’enigmatico antiquario è infatti alla ricerca di una reazione dura, violenta, dell’Impero, che obblighi i cittadini a muoversi di conseguenza. E’ esattamente quello che succede a Cassian, prima reticente ad unirsi alla causa e poi costretto ad entrarci con tutto sé stesso dalle circostanze: l’uomo non ha scelta, si ribella perché è l’unica cosa che può davvero fare. Si configura così una storia che parla del risveglio di un sentimento, ed anche in questo si evita uno dei topos più abusati dalle narrazioni moderne, e cioè il ‘trauma’ del protagonista come motore delle sue future azioni. Il passato di Cassian è sì importante, ma non come ostacolo da superare, bensì come punto di inizio che ha già influenzato e condizionato il personaggio di cui viviamo le vicende, e i flashback sono così funzionali a dare complessità, piuttosto che a trovare una banale soluzione nella risoluzione di traumi irrisolti.

E’ l’intera serie che tenta di distinguersi. Lo stesso atto di Ribellione è lontano dalla banalità della trilogia originale; è qui invece qualcosa di estraneo, che intimorisce e allontana. A combattere per davvero sono in pochi: partigiani, sognatori, che in più occasioni non possono che ricordare le resistenze europee della Seconda Guerra Mondiale. L’ideologia è invece presente in Luthen e Saw, due estremisti -per motivi diversi- che hanno votato sé stessi ad una causa, maledetti e dannati per essa ma che ciò nonostante si trovano su due fronti diversi, divisi da differenze di idee. I confronti tra i due sono momenti a dir poco memorabili, realizzati grazie a delle interpretazioni sensazionali, assolutamente oltre gli standard a cui ci ha abituato la saga. Luthen e Saw, burattinaio e soldato, più di tutti si avvicinano a quel grigio tanto discusso, una zona d’ombra che confonde sì buoni e i cattivi, ma mai il bene e il male.
Se infatti la maturità creativa di Andor permette la messa in scena di una lotta per la libertà credibile, non capita che le cose si svuotino davvero di senso. Dedra Meero (Denise Gough) e Syril Karn (Kyle Soller) sono infatti indubbiamente dalla parte sbagliata del conflitto, e l’unico punto di contatto -ed empatia- con lo spettatore sono i comportamenti umani e sinceri che, grazie ad una brillante scrittura e alle performance dei due attori, non fanno altro che potenziare la crudeltà e la violenza dei personaggi. Credibili e ingiustificabili. Il fascismo dell’Impero è espresso senza filtri. L’oppressione della libertà, le conseguenze della colonizzazione, la violenza delle forze di polizia, costituiscono la più inquietante e reale definizione dell’Impero che Star Wars abbia mai avuto. E così, sempre da questo lato, ma in realtà dalla parte opposta, c’è Mon Mothma. Al lavoro in un’istituzione fantoccio, relitto di una democrazia morta, paradossalmente la storyline della senatrice -anch’essa aiutata da una sorprendentemente brava Genevieve O’Reilly- è meno politica e più intima del resto, insistendo su alcuni punti piuttosto interessanti: su tutti, il ruolo delle tradizioni sotto dittatura, che assumono, in un’ottica chiaramente reazionaria, il ritorno ad un passato ammuffito che condiziona le nuove, esaltate generazioni. Di nuovo, c’è nella serie un motivo di originalità in tutto ciò che fa, rendendo sempre interessante l’andamento della storia.

Se quindi in Andor i personaggi sono al centro del racconto, e quest’ultimo al servizio di essi, l’intero impianto non può che reggersi ancor più convintamente sulla sceneggiatura. E’ qui che la serie brilla davvero. Le ispirazioni da cui parte Gilroy sono reali (la rapina di Aldhani è basata su un vero colpo in banca avvenuto nel 1907 da parte Stalin per finanziare la rivoluzione di Lenin) e per questo altrettanto credibile deve essere la narrazione: le scelte dei personaggi sono logiche, intelligenti e assolutamente funzionali ad un reale obiettivo, prima ancora che per la trama stessa; supportati inoltre da dialoghi altrettanto veri, che fissano i piedi a terra per non esasperare concetti quotidiani, senza bisogno di abbellimenti. I dialoghi raccontano, spiegano passaggi narrativi non scontati e rafforzano la storia, rendendola uniforme e mai trascurata, in cui un elemento come lo ‘spiegone’ non è solo utile a chi guarda, ma anzi e ancora più d’importanza per gli stessi personaggi. Quando invece Andor si allontana dal solco tracciato è per realizzare alcuni dei monologhi più intensi e belli della storia di Star Wars: da uno shaksperiano discorso di Luthen ad un appassionato dialogo politico di Saw Gerrera, fino all’ispirante esaltazione di Maarva Andor. E ancora, la filosofia tanto semplice ed efficace del manifesto di Nemik, e l’incitazione di Kino Loy (Andy Serkis) che emula per la prima volta il Leader Cassian, quello che poi darà la propria vita per la Ribellione.

La medesima filosofia è seguita per le scene d’azione. Poche ma gustose, sono usate soprattutto per concludere i vari archi in maniera efficace e appagante: la fuga da Narkina-5 è caotica, fisica. La rapina di Aldhani mette in scena un inseguimento esaltante ed emozionante. Su Ferrix, la rivolta della popolazione è intensa e violenta, ed evolve rapidamente e realisticamente in un massacro. Pure lo scontro spaziale tra il Fondor di Luthen e un incrociatore imperiale mette in mostra una certa coerenza visiva: in tutte queste occasioni, infatti, quasi mai si ha la sensazione di aver visto passaggi inutili, e così come il focus sui dialoghi è centrale alla narrazione, così le sequenze più movimentate assumono un valore che va innegabilmente oltre il mero intrattenimento visivo, e sono invece parti integranti del racconto.
Spogliata dalla patina fiabesca dei film, impreziosita da un cast in grandissima forma, scritta brillantemente e impeccabile registicamente, Andor non è solo la miglior serie di Star Wars, è anche un traguardo a cui difficilmente non si potrà guardare andando oltre. Reggendosi in piedi da sola, la serie di Tony Gilroy è esempio raro anche oltre il mondo di Guerre Stellari, rappresentando un’unicità tra le altre grandi produzioni dell’intrattenimento pop. Salvaguardiamola.


