Da un certo punto di vista Andor è profondamente Star Wars. Lo è per i rimandi e per i significati poetici incrociati. Abbiamo già fatto un parallelismo tra Luthen Rael e Anakin Skywalker, così come tra Cassian Andor e Luke Skywalker. L’ultimo arco narrativo ce ne suggerisce un altro, sebbene per Rael venga confermata la figura di Anakin o, se volete, di Darth Vader. È quello tra Luthen e Kleya Marki.
L’assistente e figlia adottiva di Rael assurge a co-protagonista in questo arco conclusivo, e non è un caso che il suo nome differisca da quello di Leia per una sola lettera. Così come Vader si è sacrificato per dare una possibilità ai suoi figli Luke e Leia di rovesciare l’Impero in favore della Ribellione, in questa storia Rael va incontro a un sacrificio per dare una possibilità a Kleya. E come aveva fatto Luke prima di lei, la ragazza deve determinare la morte del padre per poter conseguire un successo.

Questo ultimo arco narrativo, sebbene non emozionale come il precedente, ci mostra anche una Ribellione frastagliata come non mai, composta da frange in completo disaccordo tra di loro. Del resto, non si chiama Alleanza per niente: si compone di fazioni contrastanti all’interno delle quali la Forza, tramite Cassian, determina la strada. Non ci sarà un’unione di intenti completa fino alla fatale pressione del tasto del joystick sul suo Ala X da parte di Luke Skywalker, quella che distrugge il reattore della Morte Nera. Ma per arrivare a quel momento, di strata da percorrere ne abbiamo avuta tanta…
Cassian non sarà completamente integrato nei ranghi della Ribellione fino a pochi attimi prima delle vicende raccontate in Rogue One, rispettando peraltro la natura crossmediale di Star Wars. La serie, infatti, si limita a raccontare le sue vicissitudini mentre quelle degli altri due protagonisti di Rogue One, Galen e Jyn Erso, sono lasciate a un romanzo, Catalizzatore, il quale ha quindi pari dignità nel raccontare la storia rispetto al film e alla serie.
Come raccontano le due stagioni di Andor, e come ha raccontato Rogue One prima di loro. Due contenuti che hanno stravolto completamente Star Wars per portarlo a un altro livello. Dall’altro punto di vista, infatti, Star Wars non potrà fare a meno di questa nuova impostazione: è diventato adulto, è diventato prolungato nei suoi dialoghi, è diventato realistico e ha dovuto trattare temi che mai George Lucas si sarebbe sognato di inserire nei suoi film. Come lo stupro, o il suicidio.

Vivere un immaginario sognante e di fantasia in maniera così realistica colpisce a tal punto, ed è talmente dirompente, che tutto il mondo della narrazione non potrà farne a meno. Non solo Star Wars. Si pensi a Daredevil, ad esempio, alle serie prima prodotte da Netflix e ora dalla stessa Disney. Sono diverse da qualsiasi altro contenuto del Marvel Cinematic Universe, ma non trasversalmente ma per preciso intento originale degli autori. Questi contenuti non sono rivolti a un pubblico di dodicenni, come voleva George Lucas, ma a un pubblico adulto, senza rinunciare all’immaginario complesso e raccontato da molteplici punti di vista come vogliono le moderne forme di narrazione crossmediale.
Certo, c’è un motivo perché Lucas ha voluto rivolgere Star Wars ai dodicenni, ed è il fatto di poter raggiungere il pubblico più ampio possibile, senza porsi barriere subito all’entrata e poter giustificare i faraonici investimenti che servono per produrre un film o una serie TV di fantasia. Daredevil e Andor possono ambire a quel tipo di introiti? Difficilmente. Quel che è certo è che colpiscono il pubblico più attento: quello che ascolta i dialoghi fino alle loro più sottili sfumature e che trasalisce a ogni singola parola inserita nel modo corretto. Abbiamo sempre più bisogno di contenuti così, decisamente.
Per concludere, per l’ennesima volta vi invito a vedere Andor, e Rogue One, non ve ne pentirete, e vi lascio a una provocazione: secondo voi, come si chiamerà di cognome il personaggio interpretato da Ryan Gosling in Star Wars: Starfighter?






