Il dibattito sul canone e la coerenza narrativa nell’universo di Star Wars è più vivo che mai. Al centro della discussione c’è la sfida di bilanciare una struttura crossmediale estremamente complessa, che connette film, serie TV, fumetti, romanzi e persino videogiochi, con l’esigenza di raccontare storie belle e significative che possano reggersi in piedi da sole.
La querelle, nata da una specifica scena della serie TV Ahsoka, solleva un punto cruciale: fino a che punto un autore può attingere o, peggio, sovrascrivere narrazioni preesistenti, anche se considerate “minori”? Il caso della scena in questione, che ripropone in live action un momento già narrato nella serie animata Rebels, ha diviso gli appassionati. Da un lato, c’è chi sostiene che il canone dovrebbe essere intoccabile, che ogni opera, per quanto piccola, ha un suo peso e merita rispetto. Dall’altro, c’è chi minimizza, ritenendo che per una saga di tale portata sia inevitabile e persino necessario fare dei compromessi per il bene della narrazione principale, specialmente quando si tratta di opere lette da un pubblico ristretto.

Da notare, inoltre, che qui non si tratta di una semplice retcon, ma di una riproposizione di un momento già narrato in una nuova chiave, il che è, tra le tante regole non scritte, è fortemente proibito all’interno della struttura crossmediale di Star Wars. In altri termini, non si può raccontare per più di una volta uno specifico momento della continuity. Che esiste questa regola è evidente dalla struttura delle altre opere, compresa l’Alta Repubblica. In quest’ultima c’è uno studio quasi maniacale per evitare che possa succedere un qualcosa del genere: al massimo, uno stesso momento può essere raccontato due volte ma quando sono chiamate in causa prospettive diverse.
Dave Filoni, invece, non rispetta questa regola: lo ha fatto in vari casi oltre quello citato, come quando ha raccontato nuovamente la morte della Maestra di Caleb Dume, Depa Billaba, o quando ha rifatto l’assedio di Raada da parte del Sesto Fratello e il combattimento con la stessa Ahsoka. Per via delle sopraggiunte esigenze narrative dopo il rilascio di The Mandalorian, Filoni ha dovuto cambiare il significato di alcuni passaggi di Rebels, e per questo ha rifatto l’epilogo della serie animata in Ahsoka come abbiamo già spiegato qui.

La promessa iniziale, fatta all’acquisizione di Lucasfilm da parte di Disney, era che “TUTTO sarebbe stato canon”. Questa dichiarazione ha creato aspettative altissime, alimentando la passione di una fanbase che ama scovare ogni singola connessione. Tuttavia, la realtà produttiva è ben diversa. Le opere maggiori, che costano milioni di dollari, non possono essere vincolate da ogni singolo dettaglio di un fumetto o un’opera minore. Questo porta a un’inevitabile gerarchia di canonicità, un concetto che la Lucasfilm ha cercato di superare, ma che di fatto continua a esistere.
Il vero nodo della questione, come sottolineato nel dibattito, non è tanto l’esistenza di retcon o incongruenze, ma il loro impatto sulla qualità della narrazione. Se una serie TV richiede la conoscenza di un’opera minore per essere pienamente compresa, si rischia di alienare il pubblico più casuale, trasformando la visione in una caccia al tesoro per i soli “iper-appassionati”. L’essenza di Star Wars, fin dalle sue origini, è stata quella di raccontare storie avvincenti che potessero intrigare il pubblico, con elementi di mistero che venivano svelati nel tempo.
D’altra parte, il pregio di un universo narrativo coerente come quello di Star Wars è innegabile. Nessun’altra saga è riuscita a intrecciare così magistralmente film, romanzi, fumetti e serie TV, creando un arazzo narrativo unico. Opere come Andor mostrano come una narrazione crossmediale possa elevare la qualità complessiva, arricchendo i personaggi e il mondo in cui le vicende sono ambientate. Tuttavia, quando questa attenzione al dettaglio e alla coerenza diventa un fine a sé stante, sacrificando la qualità della storia in nome del canon, si rischia di perdere la priorità: raccontare storie belle.

D’altronde anche lo stesso Andor presenta un’incongruenza importante. Il primo incontro canonico tra Cassian Andor e K-2SO è stato cambiato nella serie TV Andor, dove Cassian scopre il droide KX imperiale dopo un massacro sul pianeta Ghorman nel 2 BBY (Before the Battle of Yavin), lo riprogramma e lo recluta per la Ribellione. Questo evento ha ritrattato la storia presentata nel fumetto Cassian and K-2SO Special #1 del 2017. In questo caso si è trattato di sovrascrivere un’opera assolutamente minore, della cui esistenza io stesso, che leggo quasi tutto di Star Wars, non ne ero a conoscenza. Ma, allora, torniamo al punto di prima: quanto un’opera deve essere minore per poter essere sovrascritta senza rimorsi? È possibile fare una scala di importanza tra le varie opere canoniche? Evidentemente no, ma al tempo stesso qui l’autore Tony Gilroy aveva bisogno di piegare la narrazione alle sue esigenze, per rendere il Massacro di Ghorman ancora più epico, cosa che effettivamente è riuscito a fare dato che l’ottavo episodio della seconda stagione di Andor è quasi unanimemente riconosciuto come uno dei più emozionanti contenuti di Star Wars.
Il dilemma di Star Wars non è tra canone e non-canone, ma tra l’uso della crossmedialità come strumento per arricchire la narrazione e la sua trasformazione in un ostacolo. La speranza è che il franchise possa trovare un equilibrio, dove i film e le serie TV siano opere complete e autonome, e dove i collegamenti con le opere collaterali siano un valore aggiunto per gli appassionati, non un prerequisito per la comprensione. Solo così Star Wars potrà continuare a prosperare, non solo come un complesso puzzle narrativo, ma come un’inesauribile fucina di grandi storie. Sicuramente è possibile scrivere delle storie in modo tale che siano interessanti e fruibili anche da sole e contemporaneamente impregnate di collegamenti collaterali che possono cogliere solo i fan iper-appassionati. Chi non sa tutto può così seguire in maniera godibile senza stapparsi i capelli per aver perso un collegamento, mentre i secondi sono comunque gratificati quando colgono qualcosa di meno evidente.

Detto questo, bisogna tenere a mente che Star Wars è una saga la cui primissima scena vede uno Star Destroyer che sta seguendo un’altra nave, la Tantive IV, totalmente in medias res, e poi dopo decine di anni chiarire cosa stava effettivamente succedendo. Dove uno dei principali “buoni”, Obi-Wan Kenobi, muore dopo pochissimi minuti di screen time e uno dei cattivi più carismatici, Boba Fett, non dice neanche una parola.
Anche personaggi super iconici come Yoda e Palpatine hanno screen time ridottissimi, e siamo già nel secondo film, morendo praticamente subito. E lo stesso vale per la trilogia prequel, con figure come Qui-Gon Jinn e Jango Fett, che pure sono determinanti nel contesto complessivo della narrazione, ma si possono fare molti altri esempi. È un marchio di fabbrica di Star Wars al punto che libri e fumetti iniziarono a proliferare già negli anni ’70-80, e che anche George Lucas iniziò a fare esperimenti di espansione della storia con gli Ewok, i Droidi e altri personaggi, fin da subito.

Per certi versi, erano tutti aspetti non essenziali per capire quantomeno la trilogia classica. Già con i prequel il discorso può cambiare e poi, probabilmente, si è calcato troppo la mano, con la trilogia sequel (dove tu non conosci mai la vera identità dei genitori di Rey, nonostante la narrazione verta quasi sempre su quel punto, e non lo farai se non leggendo il romanzo Shadow of the Sith, peraltro non localizzato da Panini nonostante la sua centralità e nonostante i tantissimi romanzi e fumetti localizzati negli ultimi anni) e con The Acolyte, che probabilmente ne è l’esasperazione massima.
Se si riuscisse a scrivere delle belle storie e si sfruttasse l’intreccio crossmediale si porterebbe la narrazione a un nuovo livello. Tutte le opere recenti di punta usano la crossmedialità in qualche modo (e anzi qualcuno di questi progetti prende Star Wars a modello), la quale è sempre più considerata dagli autori di oggi come una componente indispensabile per avere una narrativa originale e innovativa, capace di sorprendere lo spettatore come altri aspetti narrativi riuscivano a fare in passato e oggi non riescono più.






