Dietro il nome Inquisitor Ghost non c’era soltanto un profilo social o un personaggio costruito per TikTok. C’era Vincent Plicchi, 23 anni, bolognese, tatuatore e cosplayer, seguito da centinaia di migliaia di persone per quelle dirette in cui mescolava ironia, immaginario nerd, gentilezza e una presenza che per molti era diventata familiare. Poi, nell’ottobre 2023, una campagna d’odio fatta di accuse false, insulti e pressioni online lo ha travolto fino al gesto estremo, consumato durante una diretta. Nel marzo 2025 il gip di Bologna ha escluso elementi sufficienti per proseguire l’indagine per istigazione al suicidio, ma ha disposto ulteriori approfondimenti sul versante della diffamazione: una ferita giudiziaria, oltre che umana, che per la famiglia resta ancora aperta.
Oggi quella storia torna attraverso il cinema con Vincent, cortometraggio promosso da AICS – Associazione Italiana Cyberbullismo e Sexting e prodotto da Fase 3, con la regia di Valerio Lo Muzio e Haroun Fall nel ruolo del protagonista. Non nasce come operazione di superficie, né come cronaca trasposta in immagini: l’ambizione dichiarata è più difficile e più necessaria, cioè trasformare una tragedia reale in uno strumento di coscienza, capace di arrivare nei festival ma soprattutto nelle scuole, dove certe storie non dovrebbero essere archiviate come “casi”, bensì affrontate per quello che sono: vite spezzate, responsabilità diffuse e silenzi collettivi.
Valerio Lo Muzio, nato nel 1990, vive a Bologna ed è arrivato al cinema dopo anni di giornalismo. Nel suo percorso ci sono già due documentari importanti, Il Gioco di Silvia e Romina; quest’ultimo ha raccolto tre riconoscimenti al Biografilm Festival 2024. Non stupisce, allora, che davanti a una vicenda come quella di Vincent il suo approccio parta dalla realtà. Ma la scelta, questa volta, è stata quella della finzione narrativa: non per allontanarsi dai fatti, bensì per entrare più a fondo nella loro verità emotiva.
La nostra intervista a Valerio Lo Muzio
Dall’intervista con il regista emerge con forza una linea precisa. Lo Muzio non vuole raccontare “la vittima” come figura astratta, ma Vincent come persona: il figlio, il fratello, il ragazzo con il suo gatto, il suo umorismo, le sue fragilità, la sua umanità prima ancora del crollo. È un punto decisivo, perché troppo spesso l’odio online finisce per mangiarsi perfino il ricordo di chi lo ha subito.

Un altro aspetto centrale riguarda il metodo. Il progetto è stato sviluppato con il supporto di professionisti della salute mentale, per evitare scorciatoie narrative, derive voyeuristiche e soprattutto qualsiasi rischio di imitazione. La scelta di lasciare il suicidio fuori campo dice molto del tono del film: non cercare lo shock, ma il peso. Non usare il dolore come immagine forte, ma trattarlo con pudore.
Poi c’è il tema della responsabilità collettiva. Nella nostra intervista il regista ha insistito sul fatto che il film non cercherà mostri facili o antagonisti da manuale. Le piattaforme, l’anonimato, la dinamica del branco, il ritardo delle istituzioni: tutto questo sarà presente, ma senza didascalie moralistiche. Sarà lo spettatore a sentirne il peso, scena dopo scena. E infine c’è l’obiettivo forse più importante: portare questa storia nelle scuole, per chiedere ai ragazzi non una reazione di facciata, ma qualcosa di più raro e più urgente, cioè empatia.
L’intervista integrale a Valerio Lo Muzio
Cosa vi ha convinto che la storia di Vincent dovesse essere raccontata attraverso il cinema, e non soltanto attraverso il linguaggio giornalistico o documentaristico?
Il documentario è il mio primo amore, ho alle spalle due lungometraggi documentari (Il Gioco di Silvia e Romina) e mi trovo decisamente più a mio agio a raccontare la realtà che la finzione. Ma in questo caso abbiamo fatto una scelta precisa: raccontare Vincent attraverso la finzione narrativa, perché crediamo possa avere un impatto emotivo più profondo, soprattutto pensando a chi questo cortometraggio si rivolge: i più giovani.
Qual è stata la sfida più grande nel trasformare una vicenda così dolorosa e recente in una sceneggiatura, senza cadere nella semplificazione o nella spettacolarizzazione?
Sicuramente scrivere il personaggio di Vincent in modo che fosse il più fedele possibile alla realtà. Io e Davide Bellanca abbiamo passato molto tempo con la famiglia e gli amici di Vincent, cercando di ricostruire non solo gli aspetti della sua vita quotidiana, ma anche il suo modo di esprimersi, la sua ironia, la sua storia. Tutto quello che abbiamo raccolto è poi confluito nel lavoro con Haroun Fall, che dovrà incarnare non una vittima, ma una persona vera e complessa. L’altra grande difficoltà è stata scrivere certe scene senza scivolare nel pietismo o in quella che io chiamo la pornografia del dolore, il rischio più insidioso quando si racconta una tragedia reale e recente, abbiamo cercato sempre di mantenere una certa obiettività nel raccontare questa storia ma anche un rispetto verso Vincent e la sua famiglia.
Avete dichiarato di aver sviluppato il progetto con il supporto di professionisti della salute mentale: in che modo questo confronto ha inciso concretamente sulla scrittura e sulle scelte di regia?
Il confronto con gli esperti e gli psicologi di AICS è stato fondamentale. Ci ha aiutato innanzitutto a raccontare un’escalation di violenza che non esplode verso l’esterno ma implode, silenziosa, progressiva, invisibile agli occhi degli altri. E ci ha permesso di evitare il rischio di innescare meccanismi imitativi, il cosiddetto effetto Werther. La scelta più importante in questo senso riguarda il gesto finale: il suicidio resta completamente fuori campo.
Nel raccontare Vincent, avete scelto di concentrarvi soprattutto sulla sua dimensione umana e privata, oppure anche sui meccanismi collettivi dell’odio online che lo hanno travolto?
Entrambe le cose, ma in un ordine preciso. Prima di tutto Vincent, il ragazzo, non la vittima. Quindi il suo personale: la sua famiglia, la sorellina Olivia, il suo gatto. Volevamo che lo spettatore lo conoscesse prima di vederlo crollare, perché solo così quella caduta ha un peso vero. I meccanismi dell’odio online ci sono e li raccontiamo, ma sempre attraverso i suoi occhi: non ci interessa spiegare come funziona il cyberbullismo in astratto, ci interessa mostrare cosa fa a una persona concreta.
Che ruolo ha avuto la famiglia di Vincent nel processo creativo? Ci sono stati limiti o indicazioni precise che avete deciso di rispettare nella rappresentazione della sua storia?
La famiglia è stata fondamentale, e non ci saremmo mai permessi di realizzare questo film senza il loro assenso. Matteo, il papà di Vincent, ci ha dato fiducia fin da subito, lasciandoci piena libertà creativa. Ma è chiaro che raccontare una storia come questa ti mette davanti a una responsabilità enorme, che personalmente mi ha tolto qualche notte di sonno. Perché restituire alla narrazione pubblica una vicenda così complessa e delicata richiede una certa sensibilità. Dall’altra parte, è proprio questo peso che mi motiva. Lo facciamo per Vincent. Lo facciamo per tenere acceso un riflettore su una famiglia che non ha ancora avuto giustizia. Le persone che hanno minacciato e perseguitato quel ragazzo sono ancora a piede libero, e questo è semplicemente inaccettabile.
Il progetto sembra avere anche una forte vocazione educativa, con una distribuzione pensata per le scuole: che tipo di reazione o discussione sperate di suscitare nei ragazzi dopo la visione?
Il cortometraggio seguirà un doppio binario: da una parte il circuito festivaliero tradizionale, dall’altra le proiezioni nelle scuole. Quello che spero di suscitare nei ragazzi è soprattutto empatia, qualcosa che oggi scarseggia nelle giovani generazioni, e non per colpa loro. Vivono un mondo totalmente diverso da quello in cui sono cresciuto io: sono costantemente bombardati di stimoli, tutto va al triplo della velocità. Quello che vorrei che capissero è che dietro agli schermi dei loro smartphone non ci sono soltanto: calciatori, vip, influencer, cosplayer o tiktoker, ma ci sono persone reali, in carne e ossa, con le stesse fragilità, incertezze e paure che abbiamo tutti noi. E che un commento lasciato lì, su un social, quasi senza pensarci, può fare veramente molto male.
Perché avete scelto Haroun Fall per interpretare Vincent? Quali caratteristiche artistiche o umane avete visto in lui per affrontare un ruolo così delicato?
Haroun è uno degli attori emergenti più interessanti del panorama italiano, e ha una somiglianza fisica con Vincent che mi ha colpito fin dal primo momento. Ma non è solo una questione di aspetto, credo sia la persona giusta anche per età e per vissuto personale, per riuscire davvero a mettersi nei panni di Vincent. Con lui abbiamo fatto un percorso di immersione che somiglia molto a quello che si fa nel documentario: oltre alle riunioni di lavoro sulla sceneggiatura e sulla natura del personaggio, è venuto spesso a Bologna, volevamo che capisse chi era davvero quel ragazzo, al di là di quello che si trova online. Quello che mi ha colpito di più di Haroun, in questo percorso, è stata la sua professionalità e la sua disponibilità a chiedere sempre di più a se stesso, per avvicinarsi il più possibile a una persona che non aveva mai conosciuto e sono sicuro farà un lavoro straordinario.
Nel film quanto spazio avranno le responsabilità delle piattaforme, delle dinamiche di branco online e dell’assenza di strumenti efficaci di tutela, oltre alla tragedia personale di Vincent?
Non ci sono “villain” con il loro volto, non ci sono piattaforme messe sul banco degli imputati con didascalie esplicative, ma tutto questo c’è — è dentro ogni scena, in modo implicito. Lo spettatore vede i commenti scorrere sullo schermo, vede Vincent che scrolla, che legge, che si irrigidisce. Vede le piattaforme che non intervengono, le autorità che arrivano tardi, gli hater che restano anonimi. Non lo diciamo, lo mostriamo. E credo che sia molto più potente, perché poi purtroppo è la verità dei fatti.
Qual è il messaggio più importante che vorreste restasse allo spettatore una volta finito il film: la memoria di Vincent come persona, la denuncia del cyberbullismo, oppure una riflessione più ampia sul modo in cui oggi costruiamo e distruggiamo identità online?
Quello che voglio che le persone portino con sé, uscendo dalla sala, è un senso totale di ingiustizia. Perché sapere — dopo aver visto una storia vera come questa — che nessuno ha mai pagato per quello che ha fatto, dovrebbe muovere qualcosa dentro. Un desiderio di giustizia, la voglia di pretenderla, affinché non debba accadere mai più a nessun altro ragazzo. E insieme a questo, spero che il film faccia riflettere su qualcosa di più ampio: il fatto che oggi siamo tutti esposti, tutti vulnerabili, e che le piattaforme su cui costruiamo le nostre identità non ci proteggono abbastanza. Abbiamo bisogno di leggi più forti, di piattaforme più responsabili, di una cultura digitale che da un lato dia alle persone gli strumenti per difendersi e dall’altro limiti il più possibile la possibilità di commettere questo tipo di reati.
A che punto è il film e come sostenerlo
Sul piano produttivo, Vincent è in pre-produzione. Le riprese sono previste per settembre, poi il corto seguirà un doppio percorso: da una parte la circuitazione festivaliera, dall’altra un lavoro parallelo nelle scuole, in linea con la vocazione educativa che il progetto si porta dietro fin dall’inizio. La campagna lanciata da Idea Ginger è parte essenziale di questo passaggio: il film è sostenuto da AICS e Fase 3, ha già ottenuto il patrocinio del Comune di Bologna e il sostegno della Regione Emilia-Romagna, ma il crowdfunding resta decisivo per accompagnare il progetto fino al set e oltre.
Per sostenere il progetto, potete trovare qui la campagna.

Un film che non dovrebbe servire, e invece serve eccome
Ci sono storie che il giornalismo deve raccontare. E poi ce ne sono altre che, a un certo punto, chiedono anche un altro linguaggio. Non per addolcirle, non per renderle più “fruibili”, ma per restituire tutto quello che le notizie da sole non riescono a trattenere: il volto, la voce, la tenerezza, la quotidianità, il vuoto lasciato dopo. Vincent sembra nascere proprio da questa esigenza. Non per trasformare Vincent Plicchi in un simbolo e basta, ma per impedire che resti imprigionato nell’ultima cosa che gli è successa.
Ed è forse questo il punto più importante. Ricordare che dietro Inquisitor Ghost c’era un ragazzo vero. E che raccontarlo oggi, con rispetto e senza scorciatoie, significa anche fare una domanda scomoda a tutti noi: quante volte continuiamo a chiamare “internet” qualcosa che, invece, entra nelle case, nelle teste, nei corpi, nelle vite reali? In quel confine tra schermo e persona, Vincent non c’è più. Ma la responsabilità di guardare fino in fondo quello che gli è accaduto, quella sì, è ancora tutta nostra.


